31/01/2010

UN ESERCITO DI SO(n)DATI

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Quando Berlusconi rivendica il suo consenso e sbandiera i sondaggi che lo danno tanto gradito alla maggioranza degli italiani fa una mossa precisa. Usando le casse di risonanza dei media,di cui ha il controllo sempre maggiore,amplifica la sua influenza sul pubblico di centrodestra convincendo coloro che hanno qualche dubbio embrionale sul suo operato a serrare le fila e rientrare nella massa. Sono più che convinto che molti degli italiani che lo votano lo fanno in buona fede,non rendendosi conto che presto potranno ritrovarsi nel proprio paesello una centrale nucleare,l’acqua privatizzata e più cara,una giustizia che toglie agli onesti e privilegia i disonesti,una mafia radicata in un Parlamento che non autorizza,da uno schieramento all’altro, arresti di chi è più che sospetto di colludere con la criminalità organizzata. Sono certo che molti degli italiani che snocciolano rosari e che votano il Cavaliere,non sono ancora riusciti a capire il livello di malcostume e immoralità che lo stesso è riuscito ad iniettare nella vita politica mescolando il senso della vita privata a quella pubblica in un mix confuso da “così fan tutti” mentre è solo lui a dirigere le orchestre del gossip più selvaggio. Anche quando gli si ritorce contro. Lui sa che può fidarsi dell’inerzia degli italiani,molti dei quali predicano bene e razzolano peggio in osservanza allo stile che questo paese ha definitivamente assimilato. Ecco perché ci ritroviamo nelle liste delle prossime elezioni regionali le “solite” veline che tengono (in tutti i sensi) Berlusconi per i coglioni. Il cavaliere è sicuro di poter contare nel suo personale esercito di “so(n)dati” che tra la buona e la cattiva fede lo appoggeranno per la prossima affermazione di una politica corrotta,immorale e senza legge. Anche perché l’elezione di D’Alema alla direzione del Copasir fa ben sperare al PDL di tenere ben nascoste le porcate del recente passato in cui il vecchio governo Berlusconi adoperò i servizi segreti per dossierare i suoi nemici e renderli ricattabili. D’Alema,eletto all’unanimità anche dal centro destra ,è garanzia di inciucio,l’uomo sbagliato al posto sbagliato,quindi perfetto in Italia. Personalmente sono disgustato. Però non mollo,anzi. Ieri mi sono imbattuto in un piccolo gazebo pieno di giovani entusiasti e tenaci che, sfidando il maltempo,raccoglievano firme per il Movimento Cinque Stelle organizzato da Beppe Grillo. Ho firmato con gioia perché i loro punti programmatici sono semplici ed interessanti,innanzitutto perché controcorrente a questa politica dei dinosauri che non ammettono l’estinzione e vorrebbero trascinare nella loro fine il paese intero. Dopo la lezione che Vendola ha dato all’arroganza della politica fatta a tavolino (o tavoliere) del Partito Democratico ho l’impressione che tra le macerie della sinistra qualcosa sta per rinascere. I giovani di questo GIOVANE movimento. Li appoggerò in ogni modo perché il nuovo avanza ed è molto meglio di tutto questo vecchiume che mi circonda.

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25/01/2010

ANCORA IN AZIONE

 

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Una grande, realistica luna in resina - per metà maschera bianca di Pulcinella - pende sospesa sul pozzo al centro del chiostro settecentesco dell’antico complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore. Adagiato sulla luna, un piccolo Pulcinella dorme, e sogna: la luna nel pozzo. Sui ruderi sottostanti dell’area archeologica, barattoli di vetro sparsi conservano scarti di opere in creta - cocci di storie adagiati sulla Storia - mentre nel percorso verso la Sala Capitolare pannelli di calchi in gesso su legno - moduli narrativi in negativo, o a scacchiera - inducono a non dar mai nulla per scontato, nel rapporto tra forma e sostanza. Si intitola non a caso «Tradizione in azione» la mostra dei fratelli Scuotto, della bottega d’arte La Scarabattola, visitabile fino al 18 febbraio a San Lorenzo Maggiore (in via Tribunali).
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Un itinerario espositivo che fonde, in una sapiente alchimia, modernità e tradizione, uso artigianale ma cólto di materiali vecchi e nuovi e ironica rivisitazione concettuale dell’arte passata e contemporanea: dal Rinascimento al Barocco al Sette-Ottocento, fino alla Transavanguardia, all’arte povera e pop, con incursioni nell’antropologia culturale (come nelle scene di grande impatto visivo tratte dalle leggende popolari orali raccolte da Roberto De Simone) e persino intuizioni teologiche: esemplificate dall’allegoria dell’opera «Trasparenza di Cristo», grande scultura in legno del Nazareno che, attraverso uno specchio, si stacca dalla croce librandosi nel vuoto, verso una resurrezione di carne e spirito. Sacro e profano, scritture e riscritture, registro tragico e grottesco si intrecciano, nelle opere dei fratelli Scuotto, in un unico e coerente filone narrativo trasversale, fruibile a più livelli e godibile, anche, da molteplici fasce d’età, nel suo irridere molti luoghi comuni dell'immaginario collettivo. Come il grosso capitone sulla Meridiana - metafora del tempo che fugge - che ammicca agli animali in formaldeide di Damien Hirst, o il perturbante «giocattolo» dell’Aviatore bombarolo, sospeso con il suo ghigno sullo scheletro di una culla vuota, o l’assemblage altrettanto antimilitarista «Guer», parodia della Guernica di Picasso, accanto alla esplicita critica all’attuale economia, in dollari sonanti, dell’installazione «Game Over».
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Molteplici le variazioni sul tema di Pulcinella (velato, multietnico,accanto al mistico Pulcibastiano o al Pulcicorno brancusiano, o ai Di-oscuri che echeggiano Rebecca Horn), accanto ai fantasiosi diavoli della produzione dei fratelli Scuotto, i cui nomi, altrettanto immaginifici, sono in questa sede frutto di un concorso partecipato di idee sul web; fino alla Natività presepiale che, al centro della sala, ricorda le origini della ricerca artistica e del giocoso virtuosismo di questi affabulanti sperimentatori, per Luca Beatrice «originali eredi della Transavanguardia, moderni cesellatori di manufatti postmoderni realizzati come una volta, nelle antiche botteghe artigiane».

Donatella Trotta
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21/01/2010

IN BREVE

Dal CORRIERE:IT:

PROCESSO BREVE, IL Sì DEL SENATO/L’analisi

Fretta, errori e conseguenze:
manca una riforma di sistema

Norme retroattive irrazionali per i termini ancora più ridotti sui processi pendenti: con i casi Mills e diritti tv, estinti Parmalat e Antonveneta

Da 6,5 a 10 anni per un processo non sarebbero pochi, a patto di risorse commisurate. Ma senza misure coerenti e complessive sulla giustizia, e fuori da riassetti costituzionali delle immunità, spicca la norma retroattiva che farà evaporare due interi processi del premier in corso.

Mai prima d’ora in Parlamento, con pari evidenza in nessuna delle 7 leggi approvate dal 2001 dalla maggioranze di Silvio Berlusconi e poi applicate ai suoi processi, una norma retroattiva si appresta ad avere l’immediato effetto di far evaporare non due figure di reato, o due prove d’accusa, ma addirittura due interi processi del premier già a metà del loro percorso verso la sentenza di primo grado: quelli nei quali il presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale sui diritti tv Mediaset, e di corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo la legge. Risuona De Andrè (1973) nella legge che, approvata ieri dal Senato, paradossalmente Berlusconi fa mostra di non apprezzare perchè «prevede tempi ancora troppo lunghi, sino a 10 anni è eccessivo». Ha proprio ragione. Solo che non è il suo caso. E’ piuttosto il caso delle 465 vittime di altrettanti reati che ogni giorno in Italia restano con un pugno di mosche in mano davanti a imputati graziati dalla prescrizione. E’ il caso delle parti offese dei 12 processi che, ogni 100, «saltano» per un difetto nei 28 milioni di notifiche manuali l’anno che affannano 5mila cancellieri. Ed è il caso dei 30mila italiani che reclamano indennizzi per l’eccessiva durata dei loro processi, già costata allo Stato 118 milioni.

Non è invece il caso di una politica che finge di ascoltare l’Europa quando Strasburgo condanna la lentezza italiana (per la verità raccomandando, invece di rigide gabbie temporali, l’adeguamento di risorse proporzionali al tipo di cause), ma fa orecchie da mercante quando l’Europa condanna l’Italia a risarcire i detenuti in 2,7 metri quadrati a testa. Se almeno accompagnassero una coerente e sistematica riforma della giustizia, le controverse norme sull’estinzione dei processi troverebbero forse maggiore asilo. Anche perché tre anni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri due per l’Appello e 18 mesi per la Cassazione non sono pochi, a patto di ben ponderare la congruità, e quindi la sostenibilità, delle attuali dotazioni della Giustizia rispetto alla nuova tempistica con la quale lo Stato vuole garantire ai cittadini, per il futuro, di non far durare tre gradi di giudizio appunto più di 6 anni e mezzo nella maggior parte dei casi (7 anni e mezzo per gli altri, 10 anni per mafia e terrorismo elevabili a 15).

Ma nessuno può ignorare la norma transitoria retroattiva che a gamba tesa cambia, a metà partita, le regole sulla cui base si stanno celebrando i processi in primo grado per reati con pene sotto 10 anni e commessi prima del 2 maggio 2006: appena in vigore, la norma transitoria ne determinerà l’estinzione se sono trascorsi 2 anni non dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma addirittura dalla richiesta del pm di rinvio a giudizio. Un totale non senso. Che però ne acquista uno solo, se si bada al fatto che il giudizio sui diritti tv Mediaset nasce da una richiesta del 22 aprile 2005, e il processo Mills da una del 10 marzo 2006: entrambi saranno dunque estinti dalla norma transitoria retroattiva. Che, come danni collaterali, falcidierà anche tutti gli altri processi nelle medesime condizioni. Quanti non si sa, ma quali, in alcuni casi, sì: per esempio la scalata Antonveneta, l’aggiotaggio Parmalat contestato ai colossi bancari mondiali, i dossier illegali Telecom e Pirelli, le truffe allo Stato sui rifiuti da parte di Impregilo, le corruzioni Enipower-Enelpower. Peccato che l’altra domanda nel testo di De Andrè, oggi un giudice come me lo chiede al potere, se può giudicare, non riesca a trovare risposta in una equilibrata disciplina costituzionale delle immunità, e in un rinnovato bilanciamento di contrappesi tra politica e magistratura a garanzia dei rispettivi terreni di autonomia: guasti sempre più profondi sarebbero risparmiati all’ordinamento, e acute tensioni smetterebbero di lacerare la società. Invece si stanno tramutando i proclami sulle «immunità» in sotterfugi di «impunità». E si sta scegliendo di mettere la colonna sonora di De Andrè (Tu sei il potere: vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?) pure sotto il nuovo «calendario» dei processi.

Luigi Ferrarella
21 gennaio 2010

 

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